|Maurizio Cucchi|

 

SALONE DEL LIBRO 2005

Dibattiti:
- faccia a faccia tra Massimo Gramellini e Corinne Maier su "Buongiorno pigrizia".


Presentazioni:
- intervista a Maurizio Cucchi che ci presenta l'antologia di giovani poeti italiani.

Interviste:
- incontro con Stefano Zecchi.
- intervista con Elido Fazi, Fazi Editore.


Maurizio Cucchi, scrittore, giornalista ma sopratutto poeta, cura da circa otto anni una interessantissima rubrica interamente dedicata alla poesia sullo Specchio della Stampa. Da sempre sensibile ai talenti emergenti e soprattutto attento alle giovani e nuove proposte, ha coordinato, al salone del Libro di Torino, la presentazione dell’antologia poetica “Nuovissima Poesia Italiana” edita da Mondadori. Protagonisti giovani e promettenti autori come Fabrizio Bernini, Silvia Caratti e Alberto Pellegatta.
Ci ha concesso una lunga intervista in cui ha dato utili suggerimenti ai giovani che si avvicinano alla poesia con una certa difficoltà, dando speranze per chi ritiene giustamente che ci sia poco spazio e poca attenzione (specialmente da parte dei media) sulla poesia.
E raccontandoci anche il suo personale percorso di autore e poeta, di grande successo e soprattutto, grande umanità.


D) Quale può essere il futuro della poesia per i giovani?

R) prima di tutto devo dire che sono veramente tanti quelli che scrivono e lo fanno non per raccontare le solite storielle (tipo “la fidanzata mi ha lasciato, etc etc) ma lo fanno con un altissimo investimento personale. Prima di tutto loro sanno che il mondo non li va a cercare, che oggi c’è una sorta di muro intorno alla poesia e a loro questo non interessa. Loro vogliono vivere una dimensione autentica all’interno della forza della loro poetica, che è molto di più importante che andare in televisione, cosa alla quale non sono minimamente interessati. Loro, a differenza di me, sono nati adesso e non si stupiscono dei cambiamenti perché non sono cambiamenti. Sanno benissimo cosa possono fare e quindi non drammatizzano. Il futuro della poesia sarà che prima di tutto andrà avanti perché i giovani lo garantiranno, perché è una necessità forte dell’uomo in una società civile, quindi i migliori di loro, quelli con più tempra, saranno gli autori di domani.

D) Interpreto come un segnale positivo il fatto che i giovani siano così vicini alla poesia perché confuta in pieno il convincimento che le nuove generazioni siano inaridite e povere di contenuti.
E’ d’accordo con me?

R) Non solo, ma sono di più rispetto a quelli nati negli anni sessanta, sono molti di più e io me ne sono reso conto lavorando per Lo Specchio della Stampa, negli ultimi 7, 8 anni continuo a ricevere tantissimo e otto su dieci sono ragazzi. Ogni tanto metto qualche vecchietto per far vedere che non mi occupo solo di bambini.

D) E talenti veri ce ne sono?

R) Ce ne sono, ce ne sono, anche se è difficile capire quale può essere il passaggio effettivo da una consistenza poetica indubbia a un ruolo ancora più primario, però le basi ci sono.
Quelli che non riusciranno mi auguro che diventino in pubblico di domani. E’ quello che manca, oggi.

D) Infatti l’attenzione nei confronti della poesia è bassa ed è anche difficile trovare chi pubblica i loro lavori.

R) E’ vero ma secondo me l’attenzione è bassa non perché alla gente non interessi la poesia ma perché proprio non se ne parla. Per gente non intendo quelli che vanno ad ascoltare i concerti Eros Ramazzotti o anche Guccini ( tra i due non vedo alcuna differenza, anzi, meglio Ramazzotti di Guccini, gran creatore di marmellata!). Una volta scrissi su un giornale che Guccini fa il mestiere di Eros Ramazzotti, non quello di Zanzotti, poi uno sceglie quello che preferisce, ma son due cose diverse.
Ma comunque i giovani interessanti alla poesia sono tantissimi, non molti rispetto a cinquantotto milioni di abitanti ma comunque una minoranza significativa che potrebbe essere raggiunta, ma il problema è che i gestori della comunicazione sono quelli a cui non interessa la poesia e si dicono “perché, se non interessa a me, perché deve interessare al pubblico?”. Anche nelle stesse pagine culturali entra dentro un sacco di varietà che non c’entra assolutamente niente, io credo che a dei ragazzi che vogliono leggere di cultura non gliene importi nulla di ritrovare asini dello spettacolo dentro le pagine culturali. E’ fastidiosissimo.

D) Lo spazio televisivo è scarsissimo, di poesia si parla quasi per niente in televisione. Se guardo indietro, mi viene in mente, ad un orario diurno di alto ascolto, solo una puntata di Italia mia Benché, trasmissione della metà degli anni novanta, dedicata interamente alla poesia…

R) Quella con Giordano Bruno Guerri? E’ vero ed è gravissimo! Il problema è che secondo me quelli che decidono la programmazione non hanno alcun interesse per la poesia, facendo un ragionamento molto semplice: Io che sono molto intelligente non mi occupo di poesia, perché il pubblico, che lo è molto meno, dovrebbe farlo? Invece sono molto meno cretini di loro, per inciso!
Si, c’è da dire anche come viene fatto. Io sono andato qualche volta alla trasmissione condotta da Gilletti su rai due e ho rischiato di addormentarmi in diretta. Deve essere fatto diversamente, bene.
Io a questo punto mi auguro che un domani ci siano solo più le televisioni a pagamento e che ognuno si scelga quello che vuole vedere.

D) Però i canali tematici non sono accessibili a tutti, nemmeno a quelli che li hanno e non sanno di averli. La televisione di stato dovrebbe, secondo me, riempire certi contenitori vuoti con contenuti migliori.

R) Si certo, io però ho deciso di seguire la strada dei canali tematici per scelta, e come me almeno un milione di persone, almeno ascolto e guardo quello che amo davvero. Secondo me c’è un problema politico di fondo per quel che riguarda la televisione di stato: da un lato c’è il berlusconismo, e dall’altra c’è la sinistra, alla quale io sarei per affinità più vicino, che invece ha la stessa cultura del berlusconi…Io mi ricordo che una volta avevo fatto un pezzo su Guccini, appunto, uscito gentilmente sulla Stampa e una settimana dopo uscì un pezzo di Veltroni sul Corriere della Sera che ne parlava come fosse stato Ungaretti. Io sono rimasto allibito, perché teoricamente io ero un sostenitore di Veltroni. Mi son detto, ma se questi mi propongono sta roba, c’è da preoccuparsi!

D) In che modo si possono incominciare a far passare messaggi diversi?

R) In modi diversi, anche se secondo me qualcosa si sta muovendo. Questo libro che stiamo promuovendo ha venduto, appena uscito, 2500 copie. Eppure sui giornali non è uscito niente.

D) Quindi, pur andando bene, non vengono nemmeno segnalati questi fenomeni!

R) Il problema è anche che per poterne parlare, la gente deve anche capirci qualcosa, se si tratta di un oggetto misterioso e incomprensibile, come si fa? Parlare di vecchi si può, perché qualche notizia si trova, ma parlare di giovani, se uno non ha una sensibilità personale come si fa?
Si crede che contino solo dai dieci milioni in su le cose, invece le minoranze (comunque di milioni di persone) andrebbero rispettate.

D) Quali sono state le sue letture di formazione e quali consiglierebbe ad un pubblico giovane?

R) Loro devono stare attenti al contemporaneo, che non vuol dire che non debbono amare una tradizione che è immensa e che bisogna conoscere, ma se non stanno dentro al contemporaneo non sanno qual è la differenza linguistica di chi parla oggi all’interno di questa forma espressiva.
Tutti devono conoscere molto bene Luzi, Bertolucci, Sereni, Caproni, che tra l’altro son già tutti defunti. Che però non vengono segnalati scolasticamente, perché i piani didattici hanno un ritardo di cent’anni. Ho ascoltato recentemente un esame di maturità ed era lo stesso di quando mi sono diplomato io, drammatico! Perciò devono cercare di arrangiarsi in proprio, personalmente.
Suggerirei Raboni, Giudici, Zanzotto fino a quelli della mia generazione e anche Antonio Riccardi, che ha quarantatre anni e quindi per me è giovane ma per i ragazzi è già una persona matura. E’un percorso obbligatorio per comprendere il linguaggio della poesia.
Purtroppo c’è in atto una confusione tremenda tra cultura reale e trucco.

D) Il sacro fuoco della poesia è nato come e quando per Maurizio Cucchi?

R) Per me, subito. Io ho sempre pensato di dovermi legare alla parola. Quando avevo diciotto anni non sapevo se dovevo scrivere in versi o in prosa, mi sembrava che la poesia fosse qualcosa di troppo aristocratico per le mie condizioni mentali e sociali, ma poi capii che la poesia era per me la strada più adatta. Per me sono stati letteralmente decisivi per capire cosa dovevo fare, Sereni, Giudici, Raboni e poi mi sono laureato su Zanzotto e Risi, quindi loro sono stati i miei padri di pensiero assoluti. Mi hanno aperto un mondo. Ho capito che si poteva usare un linguaggio normale e complesso anche, dentro la poesia. A scuola mi facevano pensare tutto il contrario, ovviamente. Ma io ho sempre creduto che la poesia fosse onnipotente e potesse spaziare in tutti i registri, in tutte le forme di espressione e di esperienza. E questi ragazzi continuano a confermarmi che è così!

D) Grazie alla sua rubrica su Specchio tanti trovano un piccolo ma significativo spazio per esprimersi e noi dobbiamo essergliene grati!

R) E consideriamo che va avanti da quasi otto anni, ed è passata attraverso parecchi direttori diversi.
Le poesie che pubblico non pretendo che siano dei capolavori ma sono sempre comunque cose che trovo interessanti e che trovo belle.