D) "il sistema Torino non sa cosa farsene delle idee,
che sono pericolose, soprattutto se sono degli altri. E' meglio
proseguire con una politica culturale che prevede sovvenzioni
a pioggia, aiuti ai circoli, contributi a feste. Senza una
linea precisa lungo cui muoversi, meglio, una linea esiste:
la negazione dell'identità. " (Sistema Torino)
Se lo scenario che ci troviamo di fronte è davvero
quello che Lei denuncia nel
suo libro, quale strada possono
tentare di intraprendere i giovani che vogliono invertire
una simile corsa verso la sterilità?
R) Io credo nell'identità, nelle radici. Non come
vincoli e come prigioni che impediscono ogni cambiamento.
Ma come basi su cui costruire anche il nuovo. Che può
essere anche completamente diverso da ciò che precede.
Ma che da queste radici parte comunque. E penso che il ruolo
dei giovani sia appunto questo. Siete voi che dovete mandarci
in soffitta. é evidente che il sistema Torino, come
qualsiasi sistema, tende a difendere le posizioni conquistate,
il potere, le poltrone. Non si può chiedere al potere
di suicidarsi per far spazio alle forze nuove. Gli spazi
vanno conquistati, non si può stare fermi ad aspettarli
come gentile concessione. Perchè gli spazi concessi
sono soltanto quelli funzionali alla prosecuzione del sistema
di potere e di controllo. Ai giovani io chiedo di provarci,
di insistere, di non rassegnarsi mai. E di non aspettarsi
regali.
D) "Si spaccia come cultura popolare, come cultura
spontanea, quella che è solo incapacità, mancanza
di professionalità, di impegno e di ingegno".
(Sistema Torino)
Fare cultura "seriamente" e "liberamente"
a Torino è quasi impossibile, vengono negati gli
spazi idonei e ostacolati i talenti.
La migrazione delle giovani intelligenze verso altri lidi
è davvero inevitabile?
R) La fuga non serve a nulla. Non è indispensabile
scegliere le strade più comode o meno difficili.
I talenti devono emergere per le loro capacità, non
perché un sistema timoroso li ritiene utili alla
propria sopravvivenza. E gli spazi idonei si conquistano.
Tra l'altro, proprio gli ostacoli da superare - e sono tanti
- rappresentano un importante banco di prova per le proprie
capacità, per le proprie convinzioni. Si impara a
lavorare anche in questo modo. Perché le idee, i
sogni, la cultura devono comunque confrontarsi con la banalità
quotidiana, con una burocrazia ottusa, con i problemi concreti.
Le torri d'avorio possono anche essere una scelta individuale.
Hanno poco senso come scelta di un gruppo.
D) Abbiamo apprezzato le denuncie coraggiose che fa nel
suo libro, ora dovremmo essere in grado di cogliere le provocazioni
che stanno dentro le sue critiche al Sistema Torino.
Che consigli dà a dei giovani che abbiano voglia
di alzare la testa e dire basta, è ora di cambiare,
in una città in cui si sà che è difficile
prendere posizioni nette e se uno lo fa,è a proprio
rischio e pericolo?
R) Innanzi tutto non avere paura. I rischi si affrontano
e si va avanti. E i pericoli non sono poi così tremendi.
Nessuno rischia di finire sepolto in un pilone dell'autostrada.
E l'ostracismo del sistema potrà anche ostacolare
una carriera, ma è tutto da dimostrare che la carriera
sia un valore. Si riesce a crescere e a fare cose interessanti
anche stando fuori da un sistema marcio e stupido. E se
dei giovani hanno la fortuna di star bene insieme, hanno
anche la forza per realizzare grandi progetti. Il mio primo
consiglio è quindi quello di far squadra. Con uno
spogliatoio compatto si vincono anche partite impossibili.
E poi, sul
piano della pratica, vi inviterei a individuare, all'interno
della squadra, le singole competenze, le capacità,
le peculiarità. Maggiori sono le diversità
e più efficace sarà il gioco di squadra. Evitare
invidie e gelosie - male cronico di questa città
- e lavorare insieme. Non dando peso alle disparità
di impegno o di qualità: ciascuno offre ciò
che ha e ciò che può. E non aver paura neppure
di confrontarsi all'esterno. Tenendo conto che il meglio
è nemico del bene. Dunque provarci, mettersi alla
prova, uscire, confrontarsi. Anche quando non ci si sente
ancora perfettamente pronti. Perché la fortuna, in
questa città, è che la concorrenza è
sì super sponsorizzata e dispone di larghi spazi
sui giornali del "sistema", ma qualitativamente
non è imbattibile. Lavorare bene è la strada
giusta. E gli spazi si creano più facilmente di quanto
si pensi. Basta cercarli.
D) Quali letture consiglierebbe a dei giovani in formazione?
Noi chiediamo sempre consigli di lettura, se non altro i
libri che l'hanno colpita di più e che le hanno dato
più da riflettere ultimamente.
R) Questa è una bella responsabilità! Comunque
ci provo. Per il piacere della lettura, Simenon. I Maigret,
ma anche i romanzi. Poi un libretto di Riccardo Humbert,
"Torinesi", nella collana delle Guide Xenofobe.
Perché imparare a ridere di noi fa sempre bene. Tornando
a libri più seri, "Così parlò
Zarathustra" di Nietsche (magari continuando con gli
altri suoi libri). Per la poesia, Nazim Hikmet (turco) e
Achmatova (russa).
Qualche libro di viaggio, per aprire occhi, cuore e mente.
Magari di Tiziano Terzani: "Un indovino mi disse",
"In Asia". O Colin Thubron, "Il cuore perduto
dell'Asia", "In Siberia".
Cambiando genere, Tracy Chevallar, "La ragazza con
l'orecchino di perla", per la capacità narrativa.
E Pessoa, "Il libro dell'inquietudine". Amin Maalouf,
"Gli scali del levante". Buzzati (c'è solo
l'imbarazzo della scelta). Kenzaburo Oe, "Gli anni
della nostalgia". Patrick McGrath, "Follia"
e "Marta Peak". Mario Rigoni Stern, "Sentieri
sotto la neve".
E per finire con un po' di sana lettura piemontese, "A
son peui mach canson", una raccolta delle canzoni di
Gipo Farassino.