|Augusto Grandi|


Augusto Grandi - 21/11/2003

Augusto Grandi è da 16 anni giornalista presso la redazione torinese del “Sole 24ore”, precedentemente ha lavorato in un’emittente radiofonica subalpina e ha collaborato con alcuni periodici locali.
Ha partecipato alla realizzazione de “Il Monferrato” (Eda) e “Piemonte, terra di emozioni, terra di golf”.
Nel 2002 ha pubblicato per i tipi del Musumeci il libro “Un galeone tra i monti”.
Ma il libro che ha catturato la nostra attenzione è il suo ultimo, bello e provocatorio “Sistema Torino”, (Dario Musso Editore). Una denuncia coraggiosa che l’autore fa ad una città sepolta da una cappa che le impedisce, pur avendone le risorse, di sciogliersi dall’abbraccio di un sistema che promuove i peggiori per evitare la concorrenza.
Insieme a lui abbiamo analizzato il capitolo che parla della “cultura negata”, una realtà che tocca da vicino i giovani intellettuali torinesi, che cercano strade per emergere “dalla nebbia” ma non riescono a trovarle facilmente. Lui ha tentato di tracciare una mappa da percorrere, per intravedere uno spiraglio di luce.



D) "il sistema Torino non sa cosa farsene delle idee, che sono pericolose, soprattutto se sono degli altri. E' meglio proseguire con una politica culturale che prevede sovvenzioni a pioggia, aiuti ai circoli, contributi a feste. Senza una linea precisa lungo cui muoversi, meglio, una linea esiste: la negazione dell'identità. " (Sistema Torino)

Se lo scenario che ci troviamo di fronte è davvero quello che Lei denuncia nel

suo libro, quale strada possono tentare di intraprendere i giovani che vogliono invertire una simile corsa verso la sterilità?

R) Io credo nell'identità, nelle radici. Non come vincoli e come prigioni che impediscono ogni cambiamento. Ma come basi su cui costruire anche il nuovo. Che può essere anche completamente diverso da ciò che precede. Ma che da queste radici parte comunque. E penso che il ruolo dei giovani sia appunto questo. Siete voi che dovete mandarci in soffitta. é evidente che il sistema Torino, come qualsiasi sistema, tende a difendere le posizioni conquistate, il potere, le poltrone. Non si può chiedere al potere di suicidarsi per far spazio alle forze nuove. Gli spazi vanno conquistati, non si può stare fermi ad aspettarli come gentile concessione. Perchè gli spazi concessi sono soltanto quelli funzionali alla prosecuzione del sistema di potere e di controllo. Ai giovani io chiedo di provarci, di insistere, di non rassegnarsi mai. E di non aspettarsi regali.

D) "Si spaccia come cultura popolare, come cultura spontanea, quella che è solo incapacità, mancanza di professionalità, di impegno e di ingegno". (Sistema Torino)

Fare cultura "seriamente" e "liberamente" a Torino è quasi impossibile, vengono negati gli spazi idonei e ostacolati i talenti.
La migrazione delle giovani intelligenze verso altri lidi è davvero inevitabile?

R) La fuga non serve a nulla. Non è indispensabile scegliere le strade più comode o meno difficili. I talenti devono emergere per le loro capacità, non perché un sistema timoroso li ritiene utili alla propria sopravvivenza. E gli spazi idonei si conquistano. Tra l'altro, proprio gli ostacoli da superare - e sono tanti - rappresentano un importante banco di prova per le proprie capacità, per le proprie convinzioni. Si impara a lavorare anche in questo modo. Perché le idee, i sogni, la cultura devono comunque confrontarsi con la banalità quotidiana, con una burocrazia ottusa, con i problemi concreti. Le torri d'avorio possono anche essere una scelta individuale. Hanno poco senso come scelta di un gruppo.

D) Abbiamo apprezzato le denuncie coraggiose che fa nel suo libro, ora dovremmo essere in grado di cogliere le provocazioni che stanno dentro le sue critiche al Sistema Torino.
Che consigli dà a dei giovani che abbiano voglia di alzare la testa e dire basta, è ora di cambiare, in una città in cui si sà che è difficile prendere posizioni nette e se uno lo fa,è a proprio rischio e pericolo?

R) Innanzi tutto non avere paura. I rischi si affrontano e si va avanti. E i pericoli non sono poi così tremendi. Nessuno rischia di finire sepolto in un pilone dell'autostrada. E l'ostracismo del sistema potrà anche ostacolare una carriera, ma è tutto da dimostrare che la carriera sia un valore. Si riesce a crescere e a fare cose interessanti anche stando fuori da un sistema marcio e stupido. E se dei giovani hanno la fortuna di star bene insieme, hanno anche la forza per realizzare grandi progetti. Il mio primo consiglio è quindi quello di far squadra. Con uno spogliatoio compatto si vincono anche partite impossibili. E poi, sul
piano della pratica, vi inviterei a individuare, all'interno della squadra, le singole competenze, le capacità, le peculiarità. Maggiori sono le diversità e più efficace sarà il gioco di squadra. Evitare invidie e gelosie - male cronico di questa città - e lavorare insieme. Non dando peso alle disparità di impegno o di qualità: ciascuno offre ciò che ha e ciò che può. E non aver paura neppure di confrontarsi all'esterno. Tenendo conto che il meglio è nemico del bene. Dunque provarci, mettersi alla prova, uscire, confrontarsi. Anche quando non ci si sente ancora perfettamente pronti. Perché la fortuna, in questa città, è che la concorrenza è sì super sponsorizzata e dispone di larghi spazi sui giornali del "sistema", ma qualitativamente non è imbattibile. Lavorare bene è la strada giusta. E gli spazi si creano più facilmente di quanto si pensi. Basta cercarli.

D) Quali letture consiglierebbe a dei giovani in formazione? Noi chiediamo sempre consigli di lettura, se non altro i libri che l'hanno colpita di più e che le hanno dato più da riflettere ultimamente.

R) Questa è una bella responsabilità! Comunque ci provo. Per il piacere della lettura, Simenon. I Maigret, ma anche i romanzi. Poi un libretto di Riccardo Humbert, "Torinesi", nella collana delle Guide Xenofobe. Perché imparare a ridere di noi fa sempre bene. Tornando a libri più seri, "Così parlò Zarathustra" di Nietsche (magari continuando con gli
altri suoi libri). Per la poesia, Nazim Hikmet (turco) e Achmatova (russa).
Qualche libro di viaggio, per aprire occhi, cuore e mente. Magari di Tiziano Terzani: "Un indovino mi disse", "In Asia". O Colin Thubron, "Il cuore perduto dell'Asia", "In Siberia".
Cambiando genere, Tracy Chevallar, "La ragazza con l'orecchino di perla", per la capacità narrativa. E Pessoa, "Il libro dell'inquietudine". Amin Maalouf, "Gli scali del levante". Buzzati (c'è solo l'imbarazzo della scelta). Kenzaburo Oe, "Gli anni della nostalgia". Patrick McGrath, "Follia" e "Marta Peak". Mario Rigoni Stern, "Sentieri sotto la neve".
E per finire con un po' di sana lettura piemontese, "A son peui mach canson", una raccolta delle canzoni di Gipo Farassino.