|Sergio Berardo|

 



Sergio Berardo - 26/10/2004

Mariano Allocco, portavoce del Laboratorio Politico Paratge incontra Sergio Berardo, leader dei Lou Dalfin, il gruppo di musica occitana più famoso e interessante del panorama occitano attuale per discutere di una premiazione che nessuno si aspettava ma che giunge meritatissima: Il Premio Tenco, che a fine ottobre il gruppo ritirerà al teatro Ariston Di San. Remo aggiungendo il proprio nome a un albo d’oro che vanta quelli di Fabrizio de Andrè e Pino Daniele.

VIDEO LOU DALFIN




D) Sergio, Lou Dalfin vince la “Targa Tenco 2004” con "L'òste del diau", un riconoscimento importante, ambito, con questo disco Lou Dalfin ha fatto un netto salto di qualità, quale è la sua storia?

R)Diciamo che rispetto ai dischi precedenti hai notato una cosa giusta riguardo alla qualità, infatti è un disco che possiamo considerare superiore alla passata produzione per tutta una serie di fattori.
Arriva come il coronamento di un percorso che ci ha porta

to, nell’arco di questi anni, dalla esecuzione di musica da ballo tratta liberamente dalla tradizione a evolvere la nostra proposta musicale per arrivare alla composizione e alla scrittura dei testi.
Abbiamo iniziato con l’esecuzione di musica da ballo e la proposta di canzoni popolari per arrivare ora con questo disco a una forma di “Nuova canzone a ballo”.
Ne “L’òste del diau” c’è un rigo dove cantiamo “chanta ta dança e bala ta chanon”, non più la danza come pretesto per accompagnare il movimento con la musica, non più la canzone come testo e musica da ascoltare, ma una forma di composizione che è canzone col suo testo.
Non la mera reiterazione di tropi funzionali all’aspetto coreutico, ma testi con la loro dignità, la loro logica e un loro sviluppo.
“Canta la tua danza e balla la tua canzone” è un po’ lo slogan di quello che siamo diventati , di quello che è la nostra musica, ma non siamo diventati così di colpo, è stata una evoluzione che è andata maturando negli anni, con i concerti, con l’incontro col nostro pubblico, con la ricerca e lo studio.
Questo è il motivo che mi porta a concordare con te che questo disco è il migliore di tutti, un disco che ha un suo repertorio e una sua musica particolari, poi i musicisti che ci suonano sono veramente bravi (1) e il produttore artistico ha fatto la differenza(2), da parte nostra poi abbiamo cercato di curare i dettagli, musica e testi, grafica, distribuzione, questo disco è un passo avanti su tutti i fronti.
“L’òste del diau” è distribuito in tutto il mondo, da ottobre siamo presenti in modo capillare in Francia dove siamo nelle colonnine di ascolto della FNAC (sede naturale della nostra proposta musicale) e dai riscontri che abbiamo, posso dirti che stiamo andando veramente bene e i dati delle vendite sono superiori alle attese.

D) Questo premio arriva atteso, un riconoscimento internazionale di questa portata te lo aspettavi oppure è stata una sorpresa?

R)Quando mi hanno telefonato credevo si trattasse di uno dei soliti scherzi del nostro batterista Riccardo Serra , bravissimo a imitare le voci e ho risposto quasi malamente .
Sì, ti confesso che non me lo aspettavo, questo è un riconoscimento che premia il lavoro di anni e anni, un riconoscimento ambito e che ci riempie di soddisfazione.

D) Di questo riconoscimento io ne do una lettura che va oltre alla musica, un riconoscimento per la nostra cultura occitana, un riconoscimento che darà una visibilità a una cultura che di visibilità ne ha avuta poca.

R) La soddisfazione è su due livelli, innanzitutto c’è la legittima soddisfazione personale per veder riconosciuto la qualità del lavoro, poi c’è il risvolto politico. Per la prima volta una entità culturale della valli occitane viene insignita di un riconoscimento importante a livello italiano e internazionale e questa è una iniezione di fiducia che non può che far bene, in un momento in cui una carica di positività è una manna per tutti.
Mi fa sorridere pensare a coloro che nelle valli continuano a fare discorsi negativi, passatisti, sfigati e sostanzialmente lontani dalla nostra realtà che comunque va avanti, cammina in modo positivo verso il futuro.
Noi comunque facciamo musica da ballare e se dieci anni fa mi avessero detto che partendo dalle “corentas” avrei vinto il più grande riconoscimento per la musica d’autore in Italia mi sarei messo a ridere.
Se vuoi questo ha del miracoloso per certi versi e spero possa essere un segnale per molti che stanno lavorando su altri fronti che non sono la musica, penso all’impegno politico ad esempio e non è un caso che sulla copertina del libretto del disco c’è il simbolo di PARATGE.
Se vuoi è significativo che da parte di un certo mondo occitanista, mi riferisco ai pochi rimasti della parte “vecchia” di questa realtà, non ho avuto una sola telefonata, neppure da parte di quelli più attivi e prodighi di iniziative.
Mi fa piacere che Ousitania Viva ospiti una mia intervista e la rilascio con vero piacere, non ho avuto altri grandi segnali, anche se tutti ormai sanno di questo riconoscimento, peccato perché poteva essere4 una occasione straordinaria volta a fornire visibilità alla cultura occitana.

D) Tieni conto che gli occitanisti che non si fanno vivi con te, sono, con ogni probabilità, fermi a una lettura della realtà che non è più quella attuale.
Per usare una frase di tipo ciclistico “hanno perso le ruote”, tu sei andato in fuga, sei andato oltre e li hai persi per strada…siamo sempre a le solite, un esempio di quella che io chiamo la “sindrome di Poulidor”,eterno secondo e anche lui occitano…

Quando Fabrizio Simondi prima del nostro concerto per la Festa de Lou Dalfin a Vernante ha annunciato questo premio, è partito un applauso di grande intensità emotiva, qualcosa di insolito e di vivo, forte e sentito.
La vecchia guardia occitanista non ha perso solo la nostra ruota, ha perso la ruota della società delle valli, un peccato veramente perchè dietro di noi invece sentiamo la presenza delle forze giovani e vive del territorio.

D) Quando nasce la “Festa de Lou Dalfin”?

La Festa de Lou Dalfin nasce 14 anni fa nel 1991, quando avevamo deciso di offrire da bere agli amici che venivano sempre a sentirci e li abbiamo invitati alla Società Agricola di Monterosso Grana, era l’8 dicembre.
Ci siamo trovati in una cinquantina di persone che alla fine erano tutte alticce, poi da li siamo cresciuti e ora questa festa è uno dei principali eventi musicali di tutta l’occitania, quest’anno poi ha superato tutte le altre edizioni precedenti come programma e come partecipazione di pubblico.

D) Una volta avevo detto che il tuo ruolo ha delle similitudini con quello dei trovatori che giravano per le corti europee all’inizio del secondo millennio. Tu, che giri l’Europa portando il tuo messaggio musicale e culturale, come vedi la dimensione occitana dal palco?

Diciamo che l’Europa l’ho girata tutta, sono stato negli Stati Uniti, in Canada, il palco è osservatorio privilegiato da dove riesci a cogliere segnali e capire l’energia che è presente nel territorio.
Sono appena arrivato dalla Catalogna, là la lingua è qualcosa di molto sentito, un posto a cui ci unisce la storia e la cultura, quando parli in occitano tutti ti capiscono, una regione che può dare molto in termini di energia, idee e esempi da seguire.
Situazione diversa per la Francia, dove sono sicuro che basterebbe però poco per accendere un fuoco che sento covare sotto la cenere, la per ora trovo manchi coraggio e iniziativa, a volte l’occitanismo è ancora inteso come posizione veterosessantottina.
Da poco sono stato a Tolosa, dal palco ho detto cose normali e quando sono sceso in mezzo al pubblico tutti mi hanno stretto la mano ringraziandomi per le parole che avevano sentito.
Là basta dire “siem encà ici” che scatta un segnale di aggregazione che aspetta solo una scintilla per trasformarsi in reazione positiva.
Credo che per l’Europa l’eredità che la civiltà occitana ha lasciato continui a essere un patrimonio prezioso in un mondo che sempre più sembra un allevamento gigante di galline in batteria, l’identità occitana può essere un segnale positivo e sta a noi presentarlo in modo attuale.

Dobbiamo tutti assieme riuscire a cogliere l’essenza del premio che ci è stato assegnato che è sì un riconoscimento a Lou Dalfin, ma è anche un segnale e una opportunità da cogliere da parte di tutto il territorio.