|Mariano Allocco|
|Tiziana Castiglioni|


Mariano Allocco- 26/11/2003

Mariano Allocco fin da giovane è stato impegnato come amministratore pubblico nella Valle Maira e nella passata tornata amministrativa è stato Presidente di quella Comunità Montana.
Convinto assertore della necessità di rafforzare i legami su tutti i piani, istituzionali, accademici, economici e culturali all’interno delle regioni di cultura occitano-catalana, è stato uno dei fondatori dell’Eurocongres2000 che da tempo lavora con questi obiettivi.
Attualmente è portavoce del Laboratorio Politico PARATGE, nato nel 2001 con l’obiettivo di affermare pari dignità, all’interno del sistema di gestione del potere, del territorio di cultura occitana.
I suoi scritti di analisi politica, economica e storica sono pubblicati sui giornali del territorio di cultura occitana.



D) Può raccontarci il percorso storico, geografico e umano degli Occitani, il cammino breve ma decisamente impervio ed intenso che hanno fatto in un contesto che ha tentato di cancellarne ogni traccia…senza però riuscirvi del tutto?

R) La zona che va dalla Catalogna alle Alpi occidentali, dalla Guascogna alla Provenza, nel XI° e XII° secolo si caratterizzava per valori, comportamenti, rapporti umani, strutturazione della società, dei saperi, del potere e per una religione e una lingua diversi dal resto d’Europa.
Li allora stava nascendo una civiltà che proveniva non solo dal mondo romano, ma dal Mediterraneo e si alimentava da tutte le tracce lasciate dalle culture e dalle civiltà che ad esso si erano affacciate nei secoli.
La Crociata Albigese è stata scatenata dal Papa e dal Re di Francia non per soffocare una eresia religiosa, ma contro una ipotesi di civiltà alternativa a quella che loro rappresentavano.
Il Re e Il Papa appartenevano a una civiltà che si caratterizzava allora, come ora, per una efficace e terribile organizzazione della violenza.
Vinsero, non poteva essere altrimenti, ma della civiltà occitana ci è rimasta l’eredità più bella che potevamo ricevere, quella dell’amore così come è inteso nel mondo occidentale.

D) Quali sono i cosiddetti valori “occitani” e trovano ancora una collocazione nella società dell’omologazione di tutto, anche di retaggi culturali come i vostri? Potrebbero, rivalutati, aver ancora qualcosa da dire al nostro tempo?

R) Ora, dopo ottocento anni, il governo della società e la gestione del potere stanno man mano sfuggendo al controllo degli stati centrali, la globalizzazione mette in discussione il concetto di democrazia, i rapporti tra le persone possono non tenere conto delle distanze chilometriche.
Cadono man mano tante barriere e ora che la costruzione dell’Europa sta procedendo rapidamente, credo che valori come fin’amor, cortesia, pretz, jòi, bel parlar, paratge possano essere ripresi.
A livello produttivo va affermandosi l’organizzazione a “matrice” in sostituzione di quella gerarchica e la gestione del potere vede sovente in competizione e raramente in rapporto sinergico, poli diffusi e instabili.
Credo che il concetto di “PARATGE”, inteso come pari dignità, dovrà in qualche misura essere ripreso, accettato e fatto proprio dalle oligarchie emergenti, se si vuole evitare che la competizione tenda alla sopraffazione.
“Cortesia”, regole di rapporto tra gli individui con un riconoscimento di ruoli e responsabilità, potrebbe entrare nel sentire comune.
“PRETS”, letteralmente traducibile con “valore”, ma da noi inteso come dimensione etica, non solo come coraggio e sprezzo del pericolo, ma come tensione che tende al raggiungimento di autorevolezza, rispetto e governo interiore.
“Jòi”, ricerca anche nel quotidiano della prossimità con la felicità.
“Bel parlar”, il “lengatge” individuava non solo la lingua d’oc, ma l’insieme dei parlanti, era l’equivalente della patria.
Non c’era un temine per individuare lo stato, la nazione, bastava allora far riferimento al “lengatge”.
Esiste poi radicato in quella cultura non un valore, ma un gene che ha caratterizzato l’agire nei secoli della popolazione dell’area occitano-catalana: è la naturale predisposizione alla eterodossia che potrebbe tornare molto utile se recuperata, capita e condivisa.

D) Quali letture consiglierebbe a dei giovani in formazione? Noi chiediamo sempre consigli di lettura, se non altro i libri che l'hanno colpita di più e che le hanno dato più da riflettere ultimamente.

R) Più che una serie di titoli, provo a consigliare (parola che mi mette soggezione) alcuni percorsi di approfondimento.
Sul piano della storia per me è stato importante capire e approfondire il medioevo e la centralità del mediterraneo rispetto alle civiltà che vi si sono affacciate.
Qui ho trovato interessanti i lavori di Fernand Braudel (Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II), Henri Pirenne (Maometto e Carlomagno), Marc Bloch (La civiltà feudale), Jacques Le Goff (La civiltà dell’Occidente medievale, San Francesco d’Assisi), George Duby .
Poi, come occitano, cito due testi ora però di difficile reperimento: di Zoé Oldembourg, L’Assedio di Montsegur e di Simone Weil, I Catari e la civiltà mediterranea.
Sullo “stato dell’arte” della democrazia, da leggere Norberto Bobbio, Bauman (Intervista sull’identità e La società sotto assedio), Hardt/Negri (Impero), Dahrendorf (Dopo la democrazia).
Sulla guerra: Franco Cardini (Quella antica festa crudele) e Peter Partner (il Dio degli eserciti).
Sull’economia di Amartia Sen, Lo sviluppo è libertà.
A “giovani in formazione” lascio poi quattro titoli prima degli altri, ai futuri informatici di Franco Berardi La fabbrica dell’infelicità, ai futuri ingegneri di George Gheverghese C’era una volta un numero e a tutti, di Denis de Rougemont, L’amore e l’occidente e di Sun Tzu, L’arte della guerra.