D)
Può raccontarci il percorso storico, geografico
e umano degli Occitani, il cammino breve ma decisamente impervio
ed intenso che hanno fatto in un contesto che ha tentato di
cancellarne ogni traccia…senza però riuscirvi del tutto?
R) La zona che va dalla Catalogna alle Alpi occidentali,
dalla Guascogna alla Provenza, nel XI° e XII° secolo
si caratterizzava per valori, comportamenti, rapporti umani,
strutturazione della società, dei saperi, del potere
e per una religione e una lingua diversi dal resto d’Europa.
Li allora stava nascendo una civiltà che proveniva
non solo dal mondo romano, ma dal Mediterraneo e si alimentava
da tutte le tracce lasciate dalle culture e dalle civiltà
che ad esso si erano affacciate nei secoli.
La Crociata Albigese è stata scatenata dal Papa e
dal Re di Francia non per soffocare una eresia religiosa,
ma contro una ipotesi di civiltà alternativa a quella
che loro rappresentavano.
Il Re e Il Papa appartenevano a una civiltà che si
caratterizzava allora, come ora, per una efficace e terribile
organizzazione della violenza.
Vinsero, non poteva essere altrimenti, ma della civiltà
occitana ci è rimasta l’eredità più
bella che potevamo ricevere, quella dell’amore così
come è inteso nel mondo occidentale.
D) Quali sono i cosiddetti valori “occitani” e trovano
ancora una collocazione nella società dell’omologazione
di tutto, anche di retaggi culturali come i vostri? Potrebbero,
rivalutati, aver ancora qualcosa da dire al nostro tempo?
R) Ora, dopo ottocento anni, il governo della società
e la gestione del potere stanno man mano sfuggendo al controllo
degli stati centrali, la globalizzazione mette in discussione
il concetto di democrazia, i rapporti tra le persone possono
non tenere conto delle distanze chilometriche.
Cadono man mano tante barriere e ora che la costruzione
dell’Europa sta procedendo rapidamente, credo che valori
come fin’amor, cortesia, pretz, jòi, bel parlar,
paratge possano essere ripresi.
A livello produttivo va affermandosi l’organizzazione a
“matrice” in sostituzione di quella gerarchica e la gestione
del potere vede sovente in competizione e raramente in rapporto
sinergico, poli diffusi e instabili.
Credo che il concetto di “PARATGE”, inteso come pari dignità,
dovrà in qualche misura essere ripreso, accettato
e fatto proprio dalle oligarchie emergenti, se si vuole
evitare che la competizione tenda alla sopraffazione.
“Cortesia”, regole di rapporto tra gli individui con un
riconoscimento di ruoli e responsabilità, potrebbe
entrare nel sentire comune.
“PRETS”, letteralmente traducibile con “valore”, ma da noi
inteso come dimensione etica, non solo come coraggio e sprezzo
del pericolo, ma come tensione che tende al raggiungimento
di autorevolezza, rispetto e governo interiore.
“Jòi”, ricerca anche nel quotidiano della prossimità
con la felicità.
“Bel parlar”, il “lengatge” individuava non solo la lingua
d’oc, ma l’insieme dei parlanti, era l’equivalente della
patria.
Non c’era un temine per individuare lo stato, la nazione,
bastava allora far riferimento al “lengatge”.
Esiste poi radicato in quella cultura non un valore, ma
un gene che ha caratterizzato l’agire nei secoli della popolazione
dell’area occitano-catalana: è la naturale predisposizione
alla eterodossia che potrebbe tornare molto utile se recuperata,
capita e condivisa.
D) Quali letture consiglierebbe a dei giovani in formazione?
Noi chiediamo sempre consigli di lettura, se non altro i
libri che l'hanno colpita di più e che le hanno dato
più da riflettere ultimamente.
R) Più che una serie di titoli, provo a consigliare
(parola che mi mette soggezione) alcuni percorsi di approfondimento.
Sul piano della storia per me è stato importante
capire e approfondire il medioevo e la centralità
del mediterraneo rispetto alle civiltà che vi si
sono affacciate.
Qui ho trovato interessanti i lavori di Fernand Braudel
(Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età
di Filippo II), Henri Pirenne (Maometto e Carlomagno), Marc
Bloch (La civiltà feudale), Jacques Le Goff (La civiltà
dell’Occidente medievale, San Francesco d’Assisi), George
Duby .
Poi, come occitano, cito due testi ora però di difficile
reperimento: di Zoé Oldembourg, L’Assedio di Montsegur
e di Simone Weil, I Catari e la civiltà mediterranea.
Sullo “stato dell’arte” della democrazia, da leggere Norberto
Bobbio, Bauman (Intervista sull’identità e La società
sotto assedio), Hardt/Negri (Impero), Dahrendorf (Dopo la
democrazia).
Sulla guerra: Franco Cardini (Quella antica festa crudele)
e Peter Partner (il Dio degli eserciti).
Sull’economia di Amartia Sen, Lo sviluppo è libertà.
A “giovani in formazione” lascio poi quattro titoli prima
degli altri, ai futuri informatici di Franco Berardi La
fabbrica dell’infelicità, ai futuri ingegneri di
George Gheverghese C’era una volta un numero e a tutti,
di Denis de Rougemont, L’amore e l’occidente e di Sun Tzu,
L’arte della guerra.