“Come tramontano e si spengono le civiltà”,
Di Gustave Le Bon
Quando si esaminano le cause che condussero successivamente
alla rovina di vari popoli di cui ci parla la storia , sia
che si tratti dei Persiani , dei Romani ,o di qualsiasi
altro , si constata che il fattore fondamentale della loro
caduta fu sempre un mutamento di costituzione mentale derivante
dall’abbassamento del loro carattere. Non ne vedo solo uno
che sia scomparso in seguito all’abbassamento della sua
intelligenza.
Per tutte le civiltà passate il meccanismo della
dissoluzione fu identico, e identico a tal punto che ci
si potrebbe chiedere , come ha fatto un poeta ,se la storia
, che ha tanti libri, non abbia che una sola pagina.
Arrivato a quel grado di civiltà e di potenza in
cui , credendosi sicuro di non essere più aggredito
dai vicini, un popolo comincia a godere i benefici della
pace e del lusso che le ricchezze procurano, le virtù
militari svaniscono, l’eccesso di civiltà crea nuovi
bisogni, si sviluppa l’egoismo.
Non avendo altro ideale che il godimento precoce di beni
rapidamente acquistati , i cittadini abbandonano la gestione
degli affari pubblici allo Stato e perdono presto tutte
le qualità che avevano costituito la loro grandezza.
Allora vicini barbari o semi barbari , con bisogni minimi
ma con un ideale potentissimo, invadono il popolo troppo
civile, poi formano una nuova civiltà con gli avanzi
di quella che hanno abbattuta.
Così, malgrado la formidabile organizzazione dei
Romani e dei Persiani, i Barbari distrussero l’impero degli
uni e gli Arabi degli altri.
Ai popoli invasi non mancavano davvero le qualità
dell’intelligenza.
Da questo punto di vista nessun paragone era possibile tra
i conquistatori e i vinti.
E proprio quando recava in se i germi di prossima decadenza,
cioè sotto i primi imperatori, Roma ebbe il maggior
numero di belle intelligenze, d’artisti , di letterati e
di scienziati.
Quasi tutte le opere che ne hanno costituito la grandezza
risalgono a quell’epoca della sua storia.
Ma aveva perduto il l’elemento fondamentale che nessuno
sviluppo dell’intelligenza può sostituire:
il carattere.
I romani delle antiche età avevano bisogni minimi
e un ideale potentissimo. Questo ideale, la grandezza di
Roma , dominava assolutamente i loro animi, e ogni cittadino
era pronto a sacrificargli la famiglia, la ricchezza, la
vita.
Quando Roma diventò il centro dell’universo, fu invasa
da stranieri affluenti da tutte le parti che finirono per
ottenere i diritti di cittadinanza.
Non chiedendo che di godere del suo lusso, costoro , si
interessavano ben poco della sua gloria.
La grande città diventò allora un enorme caravanserraglio,
ma non fu più Roma.
Sembra ancora viva, ma la sua anima era morta da un pezzo.
Analoghe cause di decadenza minacciano le nostre civiltà
raffinate. Se ne aggiungono altre, dovute all’evoluzione
prodotta nelle menti dalle scoperte scientifiche moderne.
La scienza ha rinnovato le nostre idee ma ha tolto ogni
autorità alle nostre concezioni religiose e sociali.
Ha mostrato all’uomo il piccolo posto che occupa nell’universo,
e l’assoluta indifferenza della natura per lui.
Egli ha visto che ciò che chiamava libertà
non era che l’ignoranza delle cause che l’assoggettavano,
e che, nell’ingranaggio delle necessità che guidano
gli esseri, la condizione naturale è di essere assoggettati.
Ha constatato che la natura ignorava ciò che chiamiamo
la pietà e che tutti i progressi da essa realizzati
erano dovuti a una spietata selezione, che continuamente
implicava l’oppressione dei deboli a vantaggio dei forti.
Tratto da “Psicologia dei popoli”
Di Gustave Le Bon, M&Bpublishing.