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Amore
"Nella testa, mentre lei mi parlava, viaggiavano a
una velocità pazzesca milioni di pensieri.
Mi sarei voluto dichiarare. Avrei voluto dirle tutto. Spiegarle
la storia della verginità del sentimento, della parola,
del gesto.
Avrei voluto svelarle cosa pensavo, cosa provavo, cosa sentivo.
“non posso dirle veramente quello che ho in testa” pensavo.
Sarebbe esplosa come un uovo nel microonde.
Sarebbe stato come riversare un quintale di purè
su una margherita. E ho detto purè perché
mi sono raffinato.
Immaginavo cosa le sarebbe successo se le avessi detto:
“Vedi Ilaria, io non sono pratico del sentimento da qua
in poi. Per una specie di paure e altre cose non sono mai
andato fino in fondo in un rapporto. Non ho mai messo le
carte in tavola. Di solito passavo o bluffavo.
“Ho sempre pensato che certi sentimenti, certe parole, certi
gesti andassero conservati per una sola persona. Ora non
so più esattamente cosa pensare. Forse avevo sbagliato.
Comunque sia io l’ho fatto. Ho conservato delle cose. Il
mio sentimento è un campo innevato mai calpestato
prima. L’ho protetto per anni. Non so cosa succederà
tra noi, ma questo non è più un limite.
Con te ho capito che quel campo lo voglio attraversare.
Se tu lo vorrai, ti prenderò per mano e ti porterò
dall’altra parte. Quel campo così come è adesso,
senza passi, è uguale a tanti altri campi di chi
come me non ha mai avuto il coraggio. Le nostre tracce lo
renderanno irripetibile e unico.
Con te sarò nuovo.
Ti dico queste parole nel periodo migliore della mia vita,
nel periodo in cui sto bene, in cui ho capito tante cose.
Nel periodo in cui mi sono finalmente ricongiunto con la
mia gioia.
In questo periodo la mia vita è piena, ho tante cose
intorno a me che mi piacciono, che mi affascinano.
Sto molto bene da solo e la mia vita senza di te è
meravigliosa.
Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi,
intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché
senza di te io sia infelice: sarei egoista , bisognoso e
interessato alla mia sola felicità, e così
tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me
perché la mia vita in questo momento è davvero
meravigliosa , ma con te lo sarebbe ancora di più.
Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera
non avrebbe alcun valore rinunciarci per te. Che valore
avresti se tu fossi l’alternativa al nulla, al vuoto, alla
tristezza? Più una persona sta bene da sola, e più
acquista valore la persona con cui decide di stare. Spero
tu possa capire quello che cerco di dirti.
Io sto bene da solo ma da quando ti ho incontrata è
come se in ogni parola che dico ci fosse una lettera del
tuo nome,perché alla fine di ogni discorso compari
sempre tu.
Ho imparato ad amarmi e visto che stando insieme ti donerò
me stesso cercherò di rendere il mio regalo più
bello possibile ogni giorno.
Mi costringerai ad essere attento. Degno dell’amore che
provo per te.
Come potrei convincerti che saprò amarti se non sapessi
amare me stesso? Come potrei renderti felice se non potessi
rendere felice me stesso?
Da questo momento mi tolgo ogni armatura, ogni protezione.
Con questo non ti sto dicendo viviamo insieme, ti sto dicendo
viviamo. Punto.
Non sono solo innamorato di te, Ilaria. Io ti amo. Come
non ho mai amato nessuno prima. E sono anche innamorato
di te.”
Avrei finito di bombardarla con tutte quelle inutili parole
e l’avrei guardata mentre la sua testa esplodeva. Pezzi
di cervello sul frigorifero, sul tavolo. E anche un braccio
sul divano, una gamba sulla libreria. Una scena veramente
pulp. Veramente splatter. Avrei dovuto prendere lo straccio
e pulire il pavimento. Troppo rischioso.
Poi a me il sangue impressiona.
Fortunatamente questi concetti me li sono tenuti per me.
Avevo imparato. Ho evitato di essere pesante come un brasato
con la peperonata alle nove della mattina e ho fatto un
lavoro certosino di taglia, cuci, incolla, gira, togli,
impasta, sminuzza, frulla, affetta.
Alla fine con grande amore le ho detto: “Ilaria, mi sa che
mi piaci un casino. Vorrei vedere se è vero.Vorrei
vivermela. Punto.”
Si, in sintesi volevo dirle quella cosa lì, mi piaceva.
Lei mi ha guardato e mi ha sorriso, mi ha dato un bacio,
mi ha abbracciato e poi guardandomi negli occhi mi ha detto:
“Anche tu mi piaci un casino e vorrei vedere se è
vero. Viviamola. Punto.”
La vita ci aspettava.
Abbiamo mollato le cime e la nave è salpata. Senza
dover pulire il pavimento."
Fabio Volo.
E’ una vita che ti aspetto. Mondadori.
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Salomè e Nietzsche
Ogni libro è un fatto drammatico, o quantomeno polemico, senza un conflitto a cui sfuggire non si realizzerebbe l’azione dolorosa e angosciosa che è il far nascere un libro. Questo salto sulla corda tesa del conflitto può essere semplicemente un’evasione; può voler essere una giustificazione e, allora, il nodo drammatico rimane indietro, come una tappa superata del percorso, giustificata dalla meta lontana; si giustifica sempre in riferimento alla totalità, all’unità suprema, che è la vita integra di ciascuno.
Per ciò le giustificazioni arrivano tardi e sempre per ultime, a volte dai posteri: il giovane si tormenta in vano nella ricerca di una giustificazione del dato modesto, ma per lui unico, della propria esistenza, e desidera incentrare la propria vita su una impresa eroica.
L’eroe è colui che ha fretta di trovare una giustificazione.
L’autrice di questo libro su Nietzsche, Lou Andreas Salomè, non fu certamente un’eroina, anche se i suoi giudizi appaiono a volte troppo affrettati perché mirano ad una sentenza ineluttabile della storia. Si direbbe che ha troppa fretta di dimostrare che Nietzsche era predestinato alla solitudine, una solitudine senza scampo in cui lei stessa lo aveva lasciato rinchiuso; una solitudine che il suo libro conferma in ogni parola. L’autrice sottolinea con rigore matematico tutti quegli elementi della personalità di Nietzsche che dovevano confinarlo nel cerchio sempre più ristretto in cui rimase imprigionata la sua povera vita di uomo.
Forse è vero che Nietzsche portava in se l’inevitabilità della sua distruzione umana; ma l’insistenza con cui Lou Salomè è tale che non ci convince.
Rimarrà sempre il dubbio riferito alle circostanze- questo rancoroso carcere della nostra libertà.
Si libererà Lou Salomè da questo dubbio una volta scritto il suo libro?
Non la seguirà l’immagine del Nietzsche che ella conobbe nell’autunno romano del 1888, mettendola sull’avviso del fatto che, forse, egli si sarebbe potuto salvare e liberare di quell’altro infinitamente ambizioso e timido, feroce e impotente nel quale, alla fine, si trovò sepolto?
Il Nietzsche delle lunghe passeggiate, delle interminabili serate con amici a casa di Malfida de Meysenburg, quasi ingenuo, desideroso di lasciarsi dietro il peso gravoso della solitudine- tutti i solitari si portano l’universo sulle spalle -, non continua ad apparirci, addirittura con maggior forza, al termine della lettura di questo libro?
Lou Salomè si era proposta di spiegare il sistema filosofico di Nietzsche in funzione della sua personalità, ma l’evento drammatico, che và tenuto insieme al tema formale, sposta lo sguardo del lettore dalla superficie intellettuale verso il vero tema che è all’origine del libro: il fatto tragico rappresentato quasi sempre dall’incontro di un uomo- “umano, troppo umano”- con una donna.
In questo caso però l’uomo era eccezionale. Ormai proviamo sempre più avversione per le interpretazioni patologiche delle vite dei grandi. Friedrich Nietzsche fu certamente malato, ma quello che la sua vita aggiunge alla storia universale si sottrae a qualsiasi tipo di sofferenza fisica: come tutto ciò che è spirituale, trascende le condizioni fisiche cui si trova sottomesso.
Il conflitto nietzschiano, per il quale la vita del solitario di Sils-Maria assurge alla categoria di martirio, è quello tra spirito- realtà tremenda scoperta dal cristianesimo:”uno spirito che non cambia cessa di essere spirito”, perché attività assoluta che non può placarsi in nulla – e forma, figura definita da contorni precisi e da quiete. Può anche essere benissimo la lotta all’interno di un debole corpo di uomo, tra ciò che è occidentale ed europeo- spirito assoluto- e ciò che è greco- cosmo, mondo di figure e forme.
La vita di Nietzsche ci fornisce testimonianza di tale contraddizione.
Lo spirito, che è luce nella cultura latina- “luce intellettual piena d’amore” – è invece impeto, affermazione di se stesso, slancio vitale, di radice demoniaca e informe, nella tradizione germanica. Perciò ha bisogno di una forma che gli provenga dall’esterno.
Così Nietzsche distrusse la sua vita non riuscendo a trovare una forma per essa; Dioniso, perduto nel mondo occidentale, non seppe, come tutta l’antica Grecia, mostrargli apertamente, nella sua nudità, la sua figura.
Si spiega pertanto il gesto oscuro del destino che pose di fronte a Nietzsche, un uomo trentottenne senza speranza, una donna. Unica forza capace d’incantare il suo spirito e chiuderlo nei limiti della forma.
Nietzsche, impeto vitale senza fine, aveva bisogno della grazia luminosa che fermasse la sua corsa disperata, che trattenesse la sua ambizione demoniaca e facesse riposare finalmente l’ebreo errante.
Ma allora è lei, Lou Salomè, che non riesce a trattenersi. Per una donna è un destino tremendo non potersi fermare, non accettare di elevare la propria femminilità a norma luminosa, rassicurante e incoraggiante per la vita di un uomo!
Ma allora, non potendosi fermare, dovette allontanarsi. Forse è proprio l’amore lontano, non consumato, irraggiungibile, l’unico che salva.
Maria Zambrano.
Verso un sapere dell'anima. Raffaello Cortina Editore
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